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4-5-6-7-8-9 marzo

regia Marco Paolini

Informazioni / cast

dedicata a Jack London
musiche originali composte ed eseguite da Lorenzo Monguzzi con Angelo Baselli e Gianluca Casadei
consulenza e concertazione musicale Stefano Nanni
animazione video di Simone Massi
produzione Jolefilm

dedicata a Jack London
di e con Marco Paolini
musiche originali composte ed eseguite da Lorenzo Monguzzi con Angelo Baselli e Gianluca Casadei
chitarra e voce Lorenzo Monguzzi
clarinetto Angelo Baselli
fisarmonica Gianluca Casadei
consulenza e concertazione musicale Stefano Nanni
animazione video di Simone Massi
disegno luci Daniele Savi e Michele Mescalchin
consolle audio Gabriele Turra
consolle luci Michele Mescalchin
assistenza tecnica Graziano Pretto
direzione tecnica Marco Busetto
elementi scenici, illuminotecnica e fonica: Ombre Rosse, Slack Line Lab
produzione Michela Signori, Jolefilm
Lo spettacolo è stato realizzato grazie al sostegno di Trentino spa – I suoni delle Dolomiti

Ballata di uomini e cani è un tributo a Jack London.
A lui devo una parte del mio immaginario di ragazzo, ma Jack non è uno scrittore per ragazzi, la definizione gli sta stretta. È un testimone di parte, si schiera, si compromette, quello che fa entra in contraddittorio con quello che pensa. È facile usarlo per sostenere un punto di vista, ma anche il suo contrario: Zanna Bianca e Il richiamo della foresta sono antitetici. La sua vita è fatta di periodi che hanno un inizio e una fine e non si ripetono più.
Lo scrittore parte da quei periodi per inventare storie credibili dove l’invenzione affonda nell’esperienza ma la supera.
La produzione letteraria è enorme, e ancor più lo è pensando a quanto poco sia durata la sua vita. Sono partito da alcuni racconti del grande Nord, ho cominciato questo spettacolo raccontando le storie nei boschi, nei rifugi alpini, nei ghiacciai. Ho via via aggiunto delle ballate musicate e cantate da Lorenzo Monguzzi. Ma l’antologia di racconti è stata solo il punto di partenza per costruire storie andando a scuola dallo scrittore. So che le sue frasi non si possono “parlare” semplicemente, che bisogna reinventarne un ritmo orale, farne repertorio per una drammaturgia.

Ballata di uomini e cani è composto di tre racconti della durata di circa mezzora ciascuno più uno più breve costruito su episodi giovanili tratti dalla biografia di J. London. Tra le traduzioni che ho letto preferisco quella di Davide Sapienza.
I racconti che ho trascritto oralmente sono Macchia, Bastardo e Preparare un fuoco e in tutti e tre uomini e cani sono coprotagonisti.
Lo spettacolo ha la forma di un canzoniere teatrale con brani tratti da opere e racconti di Jack London e con musiche e canzoni ad essi ispirate che non svolgono funzione di accompagnamento ma di narrazione alternandosi e dialogando con la forma orale.
Marco Paolini, estate 2013


Estratto stampa

[…] Lo spettacolo, che arriva dritto addosso, è un’interpolazione di racconti, elementi della biografia di London, musiche e canzoni ma anche sagaci slanci di libertà interpretativa in cui l’attore affiora sul narratore e accorcia le distanze con il pubblico. […] C’è l’umorismo di Macchia, «l’unico cane da tiro che non tira» e si fa vendere 23 volte ma torna sempre «con l’aria di uno che dice: vi sono mancato»: un racconto che pone uomo e animale sullo stesso piano. Ci sono le zanne di Bastardo, protagonista di battaglie feroci col suo padrone Black Leclèr, «una coppia infernale» nata da un «odio a prima vista» e destinata a dividere la stessa bara nello sperduto Sixty Mile. E c’è la drammaticità di Preparare un fuoco, duetto di toccante drammaticità tra il giovane camminatore deciso ad affrontare 48 chilometri a 50 sotto zero e il suo cane che lo vedrà congelare sotto i suoi occhi (e noi con lui), doppiato dalla bella animazione video di Simone Massi che riprende i sempre più disperati tentativi dell’uomo di accendere un fuoco salvifico e di camminare ancora fino a lasciarsi cadere nella neve. Storie di solitudine, avventura ma anche di disperazione, come quella che muove i nuovi vagabondi in arrivo dall’Est nascosti sotto i camion, loro pure alla ricerca di un nuovo Klondike, su cui si chiude uno spettacolo che, raccontando l’eterna tensione dell’uomo alla sua “Casetta in Canada”, non manca di aprire molti spiragli di attualità.
La Libertà di Piacenza, Paolo Schiavi, 7 febbraio 2013

[…] Un tributo, quello di Paolini, a uno degli autori che preferisce, un marinaio, ma anche un marinaio della neve, la neve che ritorna nella narrazione, il freddo e la solitudine dell’uomo che rimane solo con se stesso. Una narrazione che in questo spettacolo diventa dialogo interiore: non ci sono i russi nell’isba, nemici da combattere, come ne “Il Sergente nella neve”, non c’è la guerra, non c’è la socialità, ma la solitudine di persone e la loro vita, il racconto del vivere. Qui c’è il cane che ti fissa negli occhi, un incrocio di sguardi che innescano un guardarsi dentro, il cane che trova sempre casa, il cane che ubbidisce, il cane che si vendica, il cane che azzanna. Un’indagine intima che Paolini racconta in uno spettacolo diverso dagli altri, che diventa cinema, come se fossimo seduti davanti a uno schermo di parole colorate, di parole in movimento, con la musica dal vivo di Lorenzo Monguzzi, con i suoni e i rumori del treno, dei cani, dei fiammiferi, il fuoco che brucia davanti a noi, facendoci percepire tutto il freddo di quel racconto con la forza di una locomotiva che sfonda in sala. Paolini apre una parentesi, come a voler sottolineare che le storie degli uomini non sono sempre analisi storiche. Paolini non è solo la denuncia del “Vajont” ma un modo di intendere il Teatro. Non sappiamo niente del Klondike, come dice all’inizio scherzandoci su, ma lo vediamo, navigando sulle immagini dei fiumi e delle montagne. Con Uomini e Cani possiamo andare ovunque, un viaggio onirico che scava nelle nostre personali immagini, un’evocazione incessante di due ore che dimostra come il raccontare sia il vero senso del racconto. Un viaggio che ha il sapore della cultura tramandata oralmente, di un teatro che è la stalla o la cucina dove ci si riunisce per ascoltare storie. […] Guido Mencari, www.LoSchermo.It 17 novembre 2012

[…] Il rapporto fra l’uomo e il cane è fatto di sguardi: l’animale e il suo padrone si
osservano, si studiano, si trattano con lo sguardo, direttamente, senza parole, non ce n’è bisogno….
Tre racconti, che ci fanno passare dalla leggerezza di “Macchia”, cane ironico e beffardo, un’ossessione da cui non ci si riesce a liberare, all’odio “a prima vista” che scorre fra l’uomo e il suo cane nelle pagine di “Bastardo”, fino al dramma di “Preparare un fuoco” che, presentato nelle due versioni alternative del racconto, come Batârd ci azzanna letteralmente alla gola, e ci fa riflettere sulla effettiva posizione di essere umano e animale nella catena evolutiva: è il cane che sa che a 75 gradi sotto zero non si viaggia da soli in mezzo alla neve, e allora che è più consapevole fra uomo e animale?….E alla fine scopriamo che in “Uomini e cani” c’è anche direttamente Jack London, con quell’avventura che è stata la sua stessa vita.
Se negli ultimi decenni è diventato tanto di moda il concetto di Wilderness, Marco Paolini ci suggerisce che in fondo Jack London ce l’aveva già insegnato più di un secolo fa, ma libero da quella retorica di cui è rivestito oggi, in un mondo che vuole la natura incontaminata ma non sa rispettarla. […] RSI ReteDue, Giovanna Riva, 30 giugno 2012

Il piede cade in fallo e apre alle domande sull’uomo e la vita. È tutto così semplice, dopo tutto. Per Marco Paolini uno spettacolo è come una camminata in montagna: la rigenerante fatica dell’avvicinamento, il valore del percorso rispetto alla meta, la misurata soddisfazione di una tappa intermedia. Per capirlo bisognava salire alla
Stalle di Parè, sopra Fino del Monte, per questo «Uomini e cani» che attraversa i racconti di Jack London come si procede in un paesaggio selvatico: il sentimento del passaggio della frontiera di un mondo, l’estraneità della natura circostante, il senso della propria solitudine. Anche davanti a tremila persone. […]«Uomini e cani» è un primo accostamento del «narrattore» trevigiano a London, riscoperto anche grazie a Davide Sapienza e alla traduzione di «To Build A Fire » che questi ha realizzato. In effetti, «Preparare un fuoco» è il racconto-chiave dello spettacolo. Paolini ci accompagna al punto decisivo, passando per la comicità quasi metafisica di «Macchia» e seguendo le venature di cruda ironia che spezzano la compatta parete d’odio che lega l’uomo e il cane di «Bastardo». Ma se «Macchia » e «Bastardo» predispongono al senso «altro» ed iniziatico della natura di
London, e del Grande Nord che lui cantò, «Preparare un fuoco» realizza un improvviso picco di tensione, che prende la gola.
Camminare su sentieri impervi significa anche questo, del resto. «Preparare un fuoco» è il piede che di colpo cade in fallo, tanto del protagonista come dello spettatore: ciò che segue obbliga il primo a lottare per la vita e il secondo a porsi di fronte alla questione dell’esistenza o, per lo meno, ad affrontarne la versione che ne diede London. Succede di sbagliare il passo, in natura come nella scrittura. E non è detto che i pericoli che si corrono in un caso siano meno letali che nell’altro. Così come non è detto che uomini e cani abbiano ruoli e gerarchie così definite da non doversi scontrare tra loro e, persino, scambiarsi di posto, nella tensione di una narrazione che scivola tra la prima e la terza persona.
Eco di Bergamo, Piergiorgio Nosari, 2 agosto 2010

Autore, opera e regia
Jack London (1876-1916) è il simbolo stesso dell’avventura. La sua vita ne dà conferma. Il futuro autore di celebri romanzi nasce in California, figlio illegittimo di un astrologo ambulante irlandese e della figlia di un ricco inventore dell’Ohio. Il padre non si cura di lui tanto più che, otto mesi dopo la sua nascita, la madre sposa John London, un contadino vedovo e con due figli.

Jack cresce dunque con la madre e col padre adottivo di cui assume il cognome. La sua è un’adolescenza tutt’altro che tranquilla, fatta di diverse esperienze lavorative e compagnie poco raccomandabili. A vent’anni, nel 1896, entra all’Università della California che di lì a poco lascia per problemi finanziari. Comincia un’esistenza vagabonda contrassegnata dal continuo cambio di lavoro: strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, giornalista, agente di assicurazione, pugile e persino cercatore d’oro nel Klondike.

Contemporaneamente, l’adesione al socialismo diventa in lui sempre più convinta e lo spinge a battersi in difesa delle clasi più deboli.
Il suo girovagare per gli States gli servirà come spunto per il romanzo itinerante The road cui successivamente si ispirarono Jack Kerouac e in parte Hemingway.

Dopo varie peripezie, nel 1898 rientra a San Francisco e da quel momento si dedica totalmente alla scrittura divenendo uno dei più prolifici e famosi autori del suo tempo. Dopo il successo del romanzo Il richiamo della foresta scritto nel 1903 e l’esperienza come corrispondente di guerra (conflitto russo-giapponese), scrive Zanna Bianca nel 1906 cui segue, nel 1908, Il tallone di ferro, romanzo fantapolitico in cui immagina l’avvento al potere, in America, di una ristretta oligarchia dittatoriale che sembra adombrare la nascita dei regimi fascisti europei.

Nel 1909 esce un libro a lungo meditato, Martin Eden, che lo consacra definitivamente autore di grande successo, uno degli scrittori statunitensi più tradotti all’estero. Il romanzo, una sorta di liberissima autobiografia, ottiene subito il favore del pubblico. Piace molto quella vita avventurosa, conclusa a soli quarant’anni, contraddistinta da un impegno forte nel sociale e da un’attenzione particolare alla natura.

«A Jack London – dichiara Paolini – devo una parte del mio immaginario di ragazzo ma Jack non è solo uno scrittore per ragazzi, la definizione gli sta stretta. È un testimone di parte, si schiera, si compromette, quello che fa entra in contraddizione con quello che pensa. Per questo spettacolo sono partito da alcuni racconti del grande Nord e vi ho via via aggiunto delle ballate musicate e cantate da Lorenzo Monguzzi».

Trama
Lo spettacolo ripercorre la vita di London con musiche e canzoni sempre legate alla produzione letteraria del celebre scrittore. Dell’immenso materiale che aveva a disposizione, Paolini ha centrato l’attenzione su tre racconti intitolati rispettivamente Maschio, Bastardo e Preparare un fuoco che hanno un comune denominatore: i protagonisti sono sempre uomini e cani. Una vicinanza dalle sfumature più diverse, ora violenta, ora intensa, sempre forte.

Lo scambio tra essere umano e animale è totale, quasi una fusione, un ribaltamento di ruoli: uomini che si raccontano come cani e cani che si comportano come uomini.

Durata: 2 ore e 15 minuti compreso l’intervallo